L’unica è la grande intesa
Il compito che attende Giorgio Napolitano al termine del suo mandato, quello di conferire l’incarico per la formazione di un governo che ottenga la fiducia in un Parlamento che non presenta maggioranze omogenee nelle due Camere, è forse il più arduo tra quelli che la sorte gli ha riservato. La pretesa espressa confusamente da Pier Luigi Bersani di voler “sentire in Parlamento” il giudizio degli altri partiti sul programma di un suo “governo di combattimento” non è certo di aiuto per sciogliere i nodi ingarbugliati del quadro politico.
7 AGO 20

Il compito che attende Giorgio Napolitano al termine del suo mandato, quello di conferire l’incarico per la formazione di un governo che ottenga la fiducia in un Parlamento che non presenta maggioranze omogenee nelle due Camere, è forse il più arduo tra quelli che la sorte gli ha riservato. La pretesa espressa confusamente da Pier Luigi Bersani di voler “sentire in Parlamento” il giudizio degli altri partiti sul programma di un suo “governo di combattimento” non è certo di aiuto per sciogliere i nodi ingarbugliati del quadro politico. Napolitano può spiegare al segretario democratico, che peraltro lo sa benissimo, che l’incarico viene attribuito a chi raccoglie, nel corso delle consultazioni, un’indicazione sufficiente a far prevedere che possa ragionevolmente ottenere la fiducia dai due rami del Parlamento. L’altezzoso disprezzo per “la diplomazia politica” ostentato da Bersani, in sostanza esprime la volontà di non rispettare questa regola e di cercare di forzare la mano a Napolitano ottenendo la sua acquiescenza a questa pretesa unilaterale. Il presumibile fallimento di questa manovra, già bocciata platealmente da Beppe Grillo, seminerà comunque altri ostacoli sul sentiero già strettissimo della ricerca di una governabilità dotata di un minimo di stabilità e autorevolezza.
L’altro elemento che ha creato un impedimento è stata la scelta di Mario Monti, certo non favorita da Napolitano, di abbandonare la posizione di equidistanza connaturata al premier di un esecutivo di tregua, per confrontarsi direttamente in una competizione con le forze politiche che, più o meno convintamente, lo avevano sostenuto. Questa scelta, che ha ottenuto un riscontro elettorale deludente, preclude anche la possibilità di attribuire all’attuale premier una funzione di decantazione. Infine l’imminenza della conclusione del suo mandato rende improbabile l’attribuzione di un incarico senza maggioranza precostituita a una personalità chiamata a formare quello che in gergo si chiama un “governo del presidente”. Resta lo spazio per una pressione nei confronti dei partiti perché superino lo stallo determinato dalla loro reciproca ostilità, un’opera di “moral suasion” che Napolitano, nonostante l’insuccesso finale dell’operazione Monti (rovinata dallo stesso Monti e non da Napolitano), ha l’autorevolezza per esercitare non solo la carica che ricorpre ma soprattutto per la sua capacità indiscussa di esprimere in modo imparziale la prevalenza dell’interesse nazionale.